Tra terra e cielo

Io, unicorno

Oh, come vorrei dissolvermi
nel respiro di una quercia
nell’istinto di una rondine
nell’inerzia di crude zolle
nel mio stesso sguardo
nelle dilaganti pupille di unicorno
e inondare, fin alle giogaie
le rigogliose mammelle
di dormiente divinità pagana
Sibilla?
selvaggia d’indole, docile all’amore
ogni gemma prodigioso orgasmo.

Qui esisto da inenarrabili secoli
vago
lungo sentieri senza mèta
e, nutrito di deliziose essenze
irrorato dal buon sole
soccorso la notte da sorella luna
ho vissuto in luminosa quiete l’eternità
muta sapienza d’inconosciute leggi.

Mi sono abbeverato ai ruscelli dell’oblio
e quando ho messo radici
mi sono spuntati rami e foglie
brulicanti di formiche
cicale, schive lucertole.
Sazio di linfa
nelle stagioni della riproduzione
ho patito la fertile ansia del coito
elica d’acero mossa dal soffio del caso
e da leggi di natura
anima fatta ulivo rosmarino ortica
sussurro arcano
strepito boato grido.

È in me tana di volpe
di lupo
e nidi di pìccioli implumi
o caverne
scavate dalla danza frenetica di elettroni
per quanto invisibili
più spessi di un’enciclopedia.

Noncurante e insidiosa
estenuata dal clamore di catastrofi e tragedie
disperdo minime colpe
in raffiche di vento
in diluvi di pregne iridescenti gocce
nello stupore delle nevi.

Qui morirò, infine
unicorno per sempre.


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Stelle cadenti

Sillabe
lessemi
stelle cadenti
in un cielo blu remoto che è il nulla
gorgo di istinti e tormento
compulsivo
dissennato dire.


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Com’è mutevole la vita!

Sulla sponda del caso
un accorato stupore
mi tiene sospeso
tra il presente e l’al di là.
Qualcosa mi dice che
oggi non è trascorso invano
tra primitive reazioni
e quieta inerzia
ho avuto momenti d’amore.
Com’è mutevole la vita!
Ora sono qui
sospeso tra il presente
e l’al di là
chissà fino a quando!


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Notturno estivo

Questo mio paese
questo mio paese
che mi vive
scolpito nella notte
m’incanta,
questo mio paese stellato
discreto custode
d’inesauribili leggende.
Gelosamente lieto
adagio
lungo la strada torno.
Giù nel fosso
lo sciabordio dell’acqua è
una fluida presenza
che mi percorre irrequieta.


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Luna nuova

Pianto chiodi d’argento nella roccia
salgo verso la Luna
lungo un filo d’inchiostro
a strapiombo
su un tragico nulla
nòcciolo della primigenia materia.

Mi aspetta la Luna, luna nuova
di giorno dimenticata
solenne, discreta
gemma del silenzio cosmico
sedimento della cenere dei sogni
specchio della mia eternità.

Pianto chiodi d’argento nella roccia
vi passo un filo d’inchiostro
mi levo leggero
scalzo
sulla Luna
per Mari in cui non si annega.


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Cieli di paese

Passetti esili, lesti
ineleganti
un frullo d’ali
e mi spicco in volo fino alla gronda.
Frullan l’ali
e giù che tendo agile l’arco
svettando
alla volta del campanile
e su nuvole imporporate dal tramonto.
Sono i cieli di paese la mia salvezza
l’orizzonte di colline amanti e valli
forre, torrenti
laghetti di mistero.

A me basta, finché basta
ma triste è l’intima eco del canto
di pettirosso.

Non potrei comunque evitare
che di me ciascuno dica
ciò che gli è stato detto
ciò che crede di sapere
dicerie.


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Fuso col sole d’autunno

Il mio povero cuore
di terra, terracotta
orcio
colmo di emozioni
di antiche quotidiane memorie
repertorio di baluginanti ricordi
dell’altro che fui

il mio povero cuore
incline a trasalire per un soffio o rimbombo
mica mi appartiene
fuso col sole d’autunno
che scalda malinconiche contrade

il mio povero cuore
ancora capita che sorrida della beffa
l’invito dell’attimo che viene
e di parole d’amore e di sdegno

il mio traboccante cuore
nelle tue mani
palpita senza di me.


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Metaviaggio

Verso le sette, le sette p m
vado per una svolta
una qualsiasi di via Solitudine.
C’è un traffico da non credere
un viavai di risciò
manco fossi a Calcutta
e a Pechino forse non ci andrò mai
peccato!
Atene orba di Aristotele
è una ciambella col buco
per Parigi non trovo la Bastiglia
al bivio di vicolo delle Meraviglie
scorgo la casa del Fauno
mi tengo stretto sul lato del desiderio
non mi oriento
l’aereo decolla
il vicino mi chiede se ho mal di mare
rispondo: le nuvole
dall’alto sono il paradiso di uno spot pubblicitario
ed ecco l’hostess con la merendina.

La guida non la direi vergine
ha una storia con un pompiere
e sospetto non mi dica la verità
sugli indigeni, sui tesori, sui locali caratteristici
mi verso da bere, non è tequila
col fuso orario guadagno tempo
e resto ancora un po’
a casa mi cercheranno nell’armadio
ma se il tempo tiene mi fermo una settimana.
Che non s’inventano per trattenermi!
Se fossi un disperato, come sono
mi lascerebbero andare,
la mia banca garantisce per me.
A Pamplona, ah Pamplona!
il toro incorna il matador
e il pubblico è in delirio
Dell’India
mi han detto mirabilia
povertà mistero desolazione
non ci vado e mi leggo i Veda.

Al ritorno m’imbarco
sul piroscafo Chopin
che fa rotta per non so dove.
Dal molo deserto
una silhouette di donna con cappellino e veletta
agita il fazzoletto madido di ricordi
un cenno, un fuggevole bacio.
La navigazione è tranquilla
il cielo costellato è lo stesso di casa mia.

A luglio parto
sì, a luglio di un anno a venire.


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Vivaldi

La stanza trabocca
respiro sulla soglia l’infinito
l’incipiente notte.

Se non Dio
Vivaldi infonde ordine e letizia
nel concerto d’astri
fontane zampillanti
eloquio dei viventi dello zodiaco
e vedo giganti rosse
nane bianche e blu
e altre a un tempo se ne accendono
quante se ne spengono
tra nebulose di inimmaginabile splendore
accecanti esplosioni
dirompente estro armonico.

E musica sia!

I becchi del clavicembalo
mi pizzicano le arterie.


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Celeste amica

Se, stanca di librarsi
tra una lunazione e l’altra
volgesse il culo
e se ne andasse?
Che la trattiene?
Non la gravità:
su questa sfera di alieni dissennati
il male e il bene ne annullano gli effetti.
Le mancherei
mi mancherebbe.

Nelle desolate notti
in cui ho timore del domani
insolente talvolta
le sputo in faccia meditati perché.
Mai che mi mandi all’inferno!
Che la trattiene?
La saggezza di chi
all’espansione della parola
oppone l’incanto di toccanti
abissali silenzi.


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Oro

Oro è il giorno
luce che forgia
istanti
e storie
consumate in un baleno.

Tien dietro l’eco.


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A momenti mi ricordo

A momenti
non vi è un dove o perché
mi ricordo che esisto
vivo
da quando a quando
un’ onda
nell’oceano del tempo.


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Fuochi pirotecnici

Quant’è spessa la noia
se sorrisi di colori che incendiano la notte
una pioggia di festose faville
mi colmano di un’intima, ingenua allegria?

Sorgenti celesti, screziate fontane
esplosioni di gioia
scintille nel firmamento
ed io felice
di provare ancora meraviglia.


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