Brani di eretica storia

Eclissi


nella caligine di un tramonto pastello
sui pinnacoli dei campanili
e le giogaie dei Sibillini
tra il giallo e il rosso
di quell’occhio pigro
c’è una falla nel cielo
e Dio, superstite
chiede asilo.
Che io sia dannato
non lo sospettavo!



L'anello al naso

Sul mare la luna diafana vacilla
un’afa sudaticcia m’abbronza
ti palesi come ombra della mia noia
miri dove volgono le sinuosità
di sguardi distratti, abbacinati
unti d’olio di cocco
ti pari dinnanzi con la mercanzia
impallidisci dietro le pupille
ed è l’altro che parla
sopravvissuto a una stagione di piogge.
Vu’ cumprà?
Occhiali, accendini, radioline
abitini di cotone, foulard.
No. Non mi serve. Nun compro.
Non hai la persuasione dell’imbonitore
e la baldracca fa un passo indietro
per non respirare l’aria
inquinata dai tuoi denti gialli,
vecchie lance spuntate
da un inguaribile sorriso.
Raccogli le tue cose senza risentimento
- senza risentimento? -
sulla sabbia che scotta
più che nel devastante deserto
irrigato da un orgoglioso pianto.
I sandali che vestono piedi selvaggi
spolverano una schiuma di granelli
e gli stinchi neri d’instancabile cavallo
ne han fatta di strada fin qui!
Ieri o ieri l’altro
ti ho visto andare a nord
se non eri tu un compagno
con su una spalla una scimmia
e sull’altra un paffuto bimbo bianco.
Qui a farti perdente non è la natura!
Torna nella tua Africa, Negro
ché anche su questa spiaggia screziata
nessun colore raggiunge l’intensità
e l’odore della tua pelle odiosa.
Vai, scava nelle fosse dei tuoi antenati
che a vederti si tormentano
perché sul corpo hanno scritto
mistici e dolorosi tatuaggi
e si sono condannati al silenzio
di una memoria obnubilata,
cerca le ossa che il tuo bisavolo ha consumato
il cuore per darsi più coraggio
e quant’altro per sottrarlo ai vermi,
poi torna su questo lido e danza
con il viso dipinto, le armi affilate
ma porta i tuoi poeti, se non sono in galera.
Vedrai che il vecchio porco bianco
con la sua ragione ruffiana e tollerante
ha tempo per ascoltare, come a teatro
e godere del corpo della divina Africa.
Nei villaggi di palme e d’argilla
Dio non è morto
da noi
la parola naufraga nella follia
e un negro vale un albino.


Indice

Le case

Striscia sul muretto di confine
cola sul campo
scorre per la vigna
si allunga il vermiglio rivolo
in invisibile alveo
serpeggia nell’uliveto
raggiunge la casa
vi s’insinua
inesaurito fiotto
di sangue rorido.
Ha percorso altri campi, altre case
degli avi
altre storie, di vivi, di morti
epopea di povera gente.
Inarrestabile flusso
di turbolenta vita
svolta destro alla stalla,
dalla cucina s’ode un mugghio
e un tramestio di vacche
sulla paglia zuppa d’urina.
Appisolata accanto al focolare
la vecchia contadina farfuglia
asmatica vedova
sillabe sparse dal suo cuore pregno,
lamentose suppliche
al marito prodigo di quattro figli
e della scheggia che l’ha ammazzato,
lagnanze
a un Dio che le ha solo concesso
di farsi pregare,
stigmate
della gravosa indomabile miseria,
significanti sillabe
prima che il rivolo la prosciughi.
Va su per le scale
il sommesso carminio fluido
esilmente impetuoso
varca le camere
scorre sui letti
sui fervidi corpi
di maschi frementi, di femmine docili
s’involge in cappi
fiocchi
e groppi.
Col batticuore la mamma
spettinata dall’orgasmo
avvolge nella culla il figlioletto
per proteggerlo.
Per lui vorrebbe più fortuna
lungi dalle sventure della casa,
arcaiche malattie
faide dimenticate
tragedie inenarrate
piccole gioie di poco conto
tutto sospeso in un limbo
d’inconfessabili viscerali sentimenti
e di sangue,
eredità trasmessa
da chi altro non possiede che prole
un aratro e un carro,
gente di campagna
cui il campanile rintocca
le ore di fatica
e al riparo delle mura del paese
vede mercanti, perdigiorno
notabili che hanno dalla loro
la legge e i diritti sul podere
e un’imperiosa autorità
che priva la barca di poderose braccia
da addestrare alle armi
per difendere le vacche dei padroni
dai tafani,
e dei fatti di guerra racconta
come di una grandinata
che non ammette eroismi
più di un’erculea bravata
di una smisurata bevuta
o della destrezza al gioco delle pignatte
o al palo della cuccagna
alla festa di paese
dopo la processione
per tenersi buoni i santi.


Il rivolo purpureo
mi ha inseguito in tutte le case
la stessa dai muri di cartapesta
e me la sento nei gangli
e nell’orgoglio
la mollezza dei poveri
sempre a qualcuno sottomessi
col malanimo di chi subisce
e agisce e subisce
con soggezione
che diventa rabbia
che una natura prodigiosa stempera
che lo stupore fa svanire
perché la terra, per conviverci
la si deve compiacere,
inclinazione che divien difetto
coi padroni d’ogni specie
e ruffianeria.
Mi scorre nelle vene
l’inesaurito fiotto di sangue
memoria dei geni delle case
che un bugiardo presente obnubila.
«Sole, fermati in Gabaon
e tu, Luna, sulla valle di Aialon.»
Dateci il tempo di rimediare
alle ingiustizie
prima che altre se ne perpetrino!
Dateci il tempo di sgominare
chi corre avanti, temendo
che il passato lo raggiunga,
ladri, masnadieri, oziosi pensatori
che non voglion rendere
ciò che han tolto a coloro
che han reso disgraziati.
Fermiamoci a conversare
all’ombra d’una millenaria quercia
di algoritmi e antimateria
con gente rozza, semplice
sospettosa
che il volitivo genio
per finanziarsi la ricerca pura
sia pure disposto a dare il culo.


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Creature annichilite

Da un tempo che si perde nell’ignoto
sto a cavallo
sul meridiano del luogo
dove l’immaginazione solca l’azzurro
nuvole
fantasie di arcangeli
analemmi
del Sole degli Assiri, degli Aztechi
di oggi, sabato.

Non mi dà pace il vento
mi sfiorano le rondini
falchi cacciatori
aquile
che planano su tramonti di fuoco
colombi viaggiatori
che tornano dal passato.

Genti svanite nel nulla
mondi contratti in epigrafi
una stele, un arnese, un tempio e lei
la sfinge.

Creature!

Marciavano armati
orgogliose creature!
Giacevano sospettose in convegni d’amore
delicate creature!
Su e giù stremate per campi da seminare
alacri creature!
Disperate nel male
malvagie, dannate creature!
Copulavano per godere di un figlio
animali creature!
Al timone per oceani di mistero
scrutavano la polare stella doppia
curiose creature!
In preghiera
supplici di sciamani e sacerdoti
devote creature!

Esseri annichiliti in un giorno
nell’indifferenza dei secoli.
Immensa e sacra è la memoria
l’intelligenza poca cosa
per preservarvi dai cervelli virtuali.

Che ne sarà di noi
creature!


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Teresa dei poveri

Mistico
divino sfoggio d’amore,
possente carezza
che confonde e placa la natura,
i tuoi miserabili
li hai resi belli e santi
per scagionarci dalla vergogna.

Sudditi senza regno,
affaccendati
per non aver mai abbastanza,
in ressa
intorno a una gabbia vuota,
con acredine
sempre a incolpar la sorte,
ingordi, rapaci
succhiamo fino all’ultimo
il midollo della vita.

Per me, adduco
che v’è chi è peggiore
forse sinistri potenti
e non ho cuore
nemmeno per le formicuzze
che mi solleticano addosso.

Non ci sto bene
in questo paradiso!
O si è usati
o si usan le persone come denari.

Avvolto in un prezioso piviale
col ricamo in fili d’oro e crini
di un pagano grottesco fallo
ho vaghi rimorsi
che si rimescolano nel sangue:
arabeschi rossi e blu.


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Miserabili

Vi riconosco a vista
contegnosi, sciarpe vistose
vi pendono dagli angoli della bocca
frammenti del fegato del collega
del cuore strappato all’amica
le unghie imbrattate dell’anima
di chi è sincero.
Nemmeno gli sciacalli si fidano
di voi alle spalle.
Gesti meditati, scaltri
sciagurati
con rose rubre frustate belle amanti
e date loro piacere con costosi vibratori,
belle amanti che pisciate sui libri di storia.

Femmine solari e sicure
maschi cialtroni
tenetela pure la cravatta a letto
la cravatta che vi soffocherà nel sonno.
Vi riconosco
da come invocate la giustizia
e l’ordine delle cose:
stuprare un bimbo è più grave
che stuprare la madre
che è più grave
che dileggiare un disgraziato
che è più grave
che iniettare un tumore a una cavia.

Amate solo i vostri figli
neanche i vostri figli.
Scalate il nulla
accatastando balle di letame
e in cima issate bandiere di pirati.

Con mocassini di bufalo sto in agguato
tanto prima o poi mi capitate a tiro
miserabili, che subite il più forte
per sentirvi in diritto di far subire al più debole.

Getto a mare i miei sogni
per non condivider con voi
nemmeno il lessico della fantasia.


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Giorni di mattazioni

L’eco affilata strazia
fin alla sommità
la taciturna campagna
dall’aia in fermento di trepidante letizia:
giorni di mattazioni.

Si dimena, s’impunta
da chi spinto
il monello gli acchiappa la coda
da chi tirato con corde scorsoie
stronfia
inferocito strepita
resiste con veementi grugniti
un altr’urlo vibrante si propaga
acuto, efferato
il norcino accarezza col pollice la lama
lo stendono
sul tavolaccio a testa in giù
sgominato ringhia
morde il cappio
povera bestia!
uno sbuffo
dai labbri sgorga sorgivo sangue
presto rappreso
profuma nella teglia, sul fuoco.
La famiglia si sfama.

Mia madre fanciulla
sveglia dall’alba
lo custodisce al pascolo
domato orco dell’unica favola che conosce
o infelice principe di un altro regno
oberato da sacrificale destino
non starnazza, non dà confidenza
non lo rasserena il volubile azzurro.
All’ora di scuola
la ridesta la voce dal ciliegio
la cartella è sul gradino.
Non son cent’anni.


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Battiam le mani

Prilli trilli busilli e caramelle
giù la croce
battiam le mani
inchini e baci
l’amore è prodigo di festosi omaggi.
Esultiamo il tempo stringe
il cuore avido mendica.

Prilli trilli e busilli
battiam le mani
a concioni che son sinfonie di peti
a fantasie che eccitano la volontà
come il polpastrello la clitoride.

Busilli, fusilli e champagne
battiam le mani
stremati di gioia
veri come grumi di luce
fatti di nulla, tossici
viziose pecore infatuate di affabili lupi
bestie in gabbia
… nate in gabbia da bestie nate in gabbia da bestie
nate in gabbia da bestie nate in gabbia da bestie nate
in gabbia da bestie nate in gabbia da bestie nate e morte
in gabbia nate e morte in gabbia da bestie nate in gabbia
nate e morte in gabbia in gabbia nate e poi morte
nate e poi morte... (*)
nelle segrete dell’innominabile.





(*) Samuel Beckett, L’Innominabile


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Shalom Sharon

David al seguito di Golia
ariane divise, panzer
lubrificati con denaro pavido e intrigante
e tu, eletto messia
epifanica attesa
di una umanità straziata
stigmatizzata con cifre maledette.

Ah, non invocare l’alleanza
del D’io degli eserciti,
l’Egoarca imperturbabile
che decreta lo sterminio di sette nazioni
per arrogarti l’egemonia sulla Terra
ingannevole Promessa
negazione di pace e fratellanza.

L’Egoarca si compiace di più attuali intese
per sterminare gli infedeli
della religione degli eserciti
e preteso ieri l’olocausto
ti concede oggi una riparatrice vittoria
sacrificando altri infedeli
e anime disperate pronte ad esplodere.

L’arsenale di terrore
ti difende dagli incubi del passato
se però il caso mette un granello di sabbia
un pervasivo pensiero
nelle distruttive spolette
sai che l’Egoarca non ti salverà
da reiteranti sventure.

Ricorda e piangi
prima di impartire ordini di morte.
Cospiravano i tuoi fratelli
nei ghetti dell’ignominia?
Anna è pura ispirazione di un anonimo?
Auschwitz è la casa degli orrori
nel luna park dei revisionisti?

E il D’io degli eserciti dov’era?
Non udiva le implorazioni di atterrite creature
shalom, shalom, shalom!
Sovrumano dolore e orgoglio
obliviano criminali nefandezze
ma il delirio degli aguzzini
divampa in sciagurate metafore.

Shalom Amos
Shalom Gad
Shalom Jared
Shalom Noemi
Shalom Giuditta
Shalom Rut
Shalom Sharon.


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A Giza

Scarnite ergonsi le tre gemelle
nei tenui vapori del deserto
o di un’abbacinata immaginazione
compiuto canone della primitiva scienza
che basta a un uomo per esser faraone.

Termitai umani
barbaro sproposito!
formidabile orchestrazione di calcoli
di ordini, di leve e argani
di braccia
di schiavi sotto il Sole del Nilo.

Là un canapo cede
è fragore sulla rampa
vedo sangue, m’affliggono grida e lamenti
trascurabili
avversi
per la spietata volontà che muove
i granitici macigni.

Sul sarcofago incombe
la piramide
e rannicchiata in un angolo del sepolcro
spaurita si difende l’anima
di un sovrano blandito da un’astuta corte
dissacrato nell’altra vita
da un’empia curiosità.


Cartiglio        
Sarebbe più dignitoso per l’umanità
se le piramidi le avessero costruite
gli extraterrestri e il faraone fosse
il barone di Münchhausen.


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