Con blanda ironia

Senza titolo, senz’altro

Di tutto si è detto da prima di Omero
su quel tassello che manca,
la cosa che la mano destra cerca
e la sinistra nasconde
che un occhio vede e l’altro disconosce.

Vado lesto al mattino
non sto dunque a pensarci
e non saprei nemmeno dire
con quale piede, guardingo
varco la soglia del sonno.

«Dove vai?»
«Lo sapessi!
Se tardo, preparate la scena.»
Come farei a meno della mia parte!
Un’intenzione m’incalza
che dimentico a mezzogiorno,
quel che di me ne è poi
s’avviluppa in un insidioso dedalo.

Domani mi calo dall’abbaino
e mi godo l’alba.
Al Sole ho da chiedere
cosa ne pensa di buon’ora
che la sera non va più bene.


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Autoritratto esploso

Veloce, avanti e indietro
ancora più veloce
zzummm...
superata la costante c
mi sto di fronte:
è la mia immagine esplosa
nello spazio tempo.

La testa mi gira,
gli occhi, in una pazza orbita
tramontano e si levano col sole
impiccioliti dagli estesi zigomi
dalle tumide palpebre
balenano,
ammiccamenti di uno strabico
che precorre o insegue idee dubbie
e non usa gli occhiali
per vedere ciò che può immaginare.
Corrugo la fronte
s’increspano i pensieri
transitano cirri, cumuli e nembi.
Sei sempre così burbero!
Siete voi che non mi divertite.
L’ho ricamata la mia figura
diversa non potevo
la meno peggio
e avrei preferito
occhi a mandorla e pelle bruna
ma sulle misure, prova e riprova
senza più sostanza
avrei corso il rischio di ritrovarmi nano.
Qualcuno avrebbe riso
invece voi mica mi divertite!
La calotta simil melone
me la ritrovo per via dei geni
dai genitori si prende a piene mani
e le cenerine ciocche di contorno
non bastano a non farmi sentir nudo
pupazzo di neve
con una carota nel mezzo
d’un capoccione soffice
o spaventevole zucca
irraggiata da una candela.
Voi comunque non mi divertite.
Dai lobi del naso, forte di fianchi
divergon due parentesi, profonde
che van giù cadenti
a gravar la gibbosa arcata
col taglio della bocca,
l’effetto è un’aria debole e uggiosa.
Le ha tracciate il tempo le due rughe
a mia insaputa, infido.
Ma voi, credetemi, non siete divertenti.
Le labbra
quante sillabe han pronunciato
di cui non è restato segno
rispecchiano l’improbabile femmina.
Le dipingo con un bel rossetto
ora esco per strada
e bacio i passanti.
Chissà che non mi diverta anch’io!


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Mi compro il cellulare

A zonzo per la nave
sui ponti
è un pullular di quei cosi
minuti e ciarlieri,
onde che screpolano il blu marino.
Un tipo entusiasta compone il numero
varco la porta
nella sala in quinta fila
risponde un avvocato, forse ingegnere.
Che parlino tra loro?
Senz’esser vincolati a un punto fermo
parlano lontano, così lontano
che alla fine il cerchio si chiude.
Superflua tecnologia!

Quasi quasi me lo compro anch’io
per far due chiacchiere con mia moglie
che mi siede accanto.
Ma sì, me lo compro
e tengo la linea libera
in attesa della telefonata
che cambierà il corso della vita.
Se mi volesse chiamare Dio o
Flegias da un altro dove o
da un’altra bolgia Calcabrina
e Barbariccia e Draghignazzo o
la mia amante dalla Patagonia
sulle tracce del condor,
dalla Terra del Fuoco
prima di salpare verso il polo o
mia madre
per sfogarsi che non ne può più
di invecchiare ogni giorno o
potrei dare il numero al ragazzotto
che qui dietro russa
da far pietà, stravaccato
col grosso pisello assopito
nei calzoncini attillati
la bocca inceppata in una penosa smorfia
un braccio anchilosato
fino al pollice eretto sul pugno stretto
(una ragazza stizzita lo adocchia
o lui o il dormiente cospicuo sesso) o
il mio medico che
bontà sua, mi prescrive
finita la vacanza, da domani
una settimana di riposo o
il presidente di una multinazionale
che ha sbagliato numero.

Io comunque me lo compro se poi
la telefonata non dovesse giungere
mi chiamo da solo
dall’apparecchio di casa.


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Punto e virgola

In un dove vi scovo l’uovo.
Elmi di cuoio, affilate alabarde e scintillanti
palle di cannone sfrecciano sui tetti
virgole di granata turbinano
nell’ombelico del silenzio.

Appeso al gancio della 
incrocio le braccia.
Se mi tolgono il puntino
per me è finita:
vien giù tutto l’alfabeto.

Ohi, che male!

Il bischero ha fatto centro
e in premio avrà
la propria carcassa.
Non vale di più.
Con le brache a mezz’asta
e peli sulle chiappe
(o generale, o giudice, o sapientino)
pontifica
per chi gli paga superbe prestazioni.

Ahivoi, convinti
che il nemico di classe
(la classe è un insieme)
non esista
o sia morto e sotterrato!
Non ci credo.
Se capita che vi facciate del male
da voi stessi
volete che nessun altro vi sia avverso?

Ecco, in un dove vi scovo l’uovo
tra il soggetto e il predicato
perché il mondo è appeso al gancio della 


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Ode alla bugia

Un motivo l’avrai pur avuto?
Le bugie ne hanno
oh, se ne hanno!
cosi sottili
che non ti ci raccapezzi.
Inezie, lo so
ma tu fai che ci si possa credere:
le bugie sono il sale del mondo.

Bugie per tutti gli usi
vaporose, labili, ruffiane
tenere in amore
confezionate ad arte
sgangherate, patetiche
raffinate per i più esigenti
godibili con candore o malanimo
attorcigliate
tradite da un gesto, un’occhiata
concepite con affetto, lì per lì
dalla mamma per rasserenare il piccino
inconsistenti, miserevoli, crudeli
compassionevoli se dette al malato
concise o succose
variopinti ritocchi del vero
bugie per non morire.
E la bugia più bella è l’amore.

Maledetti furbi
che ci avete edificato il mondo!

Fosse altrettanto lieve la verità
detta e scritta e provata
clava dei padroni
baluardo dei pigri
maglio della tecnica
trucco di farisei.

Una vana bugia me la penso
me la racconto
e un avvocato per sostenerla in tribunale
lo troverei senza darmi pena.
Chiunque può farlo
un magnate con i forzieri colmi
un disgraziato con tanti guai
perché lei è di scuola democratica
e nemmeno ipocrita.
È un selvatico fiore
che germoglia ovunque.
Se l’avessi annaffiato forse
avrei vissuto una vita spensierata.

Ma tu che motivo avevi?


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Minuta di un biglietto di auguri
 agli sposi

Ancora un evento
scandisce il tempo
quel sacco vuoto
in cui troviamo ciò che mettiamo.
Casomai
dovesse caderci qualche pena
presto diluitela
con un indulgente amabile sorriso
addolcite con tenerezze
strizzateci sopra gocce d’amore e...
tanti auguri!


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Dal buco della o

Dal buco della o
m’addentro
nel grembo del mondo
se ho fretta o noia
e nemmeno voglia di spiegarlo
con parole decenti
curvature scivolose
spirali vuote di senso
puzzette
in un mondo che è un gran culo
e tutti lì a specchiarselo.

Dopotutto
lirica intuizione
nervosa obiezione a discorsi sciatti
per zittir gli entusiasti
aforisma o mottetto
il mondo è un gran culo
e tutti lì a specchiarselo.


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La balera

Son qui per caso
dacché ho memoria
l’orchestra va con la rumba
io ballo la samba.

Leggero
parossistico refrain
infelici e modesti i musicanti.

Se incespico ne soffro
se azzecco il ritmo
mi annodo a un’ipotesi
e
a cavallo della Luna
me la rido
di ciò che v’è di peggio.

Vivere, anima mia!

L’orchestra va con la samba
brillo ballo la rumba.


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Mi metto in frac
 Cucito su misura da Domenico Modugno

Bene, se giova all’essere
sarò garbato, di più!
Metterò quel vecchio frac
cilindro e gardenia all’occhiello
un bastone d’amaranto, un papillon
e per dire verità che non dispiacciano
la voce sarà velluto, franca e distaccata.
All’indignazione mi concederò
ostentando un sgradita risata.

Ecco, basta prendermela
coi servi
coi padroni
coi bastardi della Terra.
È schietta collera di fine filigrana
e viscerale insofferenza
lo stesso rabbioso impulso
del bene contro il male
del male contro il bene.

In un tempo che ancora mi appassiona
irriverente verso gendarmi di cartapesta
che tengono a freno l’anarchia del cuore
con un cilindro, un fiore, un frac
sarò clown o maschera tragica?


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