E verranno giorni felici

Lusinghe

Ed io
con protervia lusingo
di pretesti
ne avrei a iosa
le infelici creature
che si annidano
sparvieri o sciacalli
nel devastato impero
dell’angoscia.



Delirio

Il sole tiepido stagliarsi
sulle ruggini
e screziate foglie autunnali
mi offende,
strappi d’improvvisa coscienza
mi offendono,
la trasparenza di una visione d’orizzonte
mi trattiene
in muto delirio
ciglio di un imminente precipizio.



Che notte!

E’ luna piena. Che notte!
Eccola abbordata
da un nembo corsaro.
Addio luna.
Mi lascio prendere
dal non senso
di vagabonde immaginazioni.
Scappo per vicoli geometrici
domestici labirinti
senza sbocchi.
E questo silenzio
che mi sfonda i timpani!


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Variazioni ritmiche

D’un tratto m’invade
un corteggio di maschere festanti.
Che sia felicità?
Per altri è una divaricazione
un’iperbole.
E seppur l’ho afferrata per la coda
ancheggiante e scontrosa
non mi è riuscito di estorcerle
un cenno di complicità.

Anche il dolore
che scardina l’istante
come viene va, uggioso
una voragine.
Quasi mai è tragedia
benché esalti pensarlo.

Solo variazioni ritmiche
nella partitura esistenziale.


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L’Incestuosa Madre

Un vento ghiaccio percuote la memoria
e pianto.
Tra noi il non detto
più grave di viscerali, severi dialoghi.
Ora hai tempo l’eternità
io il tempo dei miei affetti
e se ne può parlare.

Null’altro è la morte che una penosa necessità
il limite dell’anima nostra, umana.
Con l’abito che abbiamo indosso
ci riprende, Incestuosa Madre
nel buio del suo ventre
allontanando affabile ambasce e veleni
e ai vivi racconta favole
pregne di raffinati raggiri.

Ma che tristezza vivere in eterno
se tutto non finisse in un massacro!
Sarà una svista, un’incertezza
un’aggressione, un cancro, un vizio
o con lenta agonia ci strappa le dita
verso il baratro.

Dimmi, ti ha accolto Lei benevola
o l’Incestuosa Madre è una mia edulcorata idea?


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L’odore della morte

A un bacio dalla parabola del seno nudo
su un corpo cosparso di profumi umorali
dei miraggi della notte
distinguo appena un sapore
dolcigno prima
di fico marcio
sul malaticcio
di cuore infelice
poi fiuto un tanfo
selvatico nerigno.
Allibito, segugio impaurito
annuso intorno.
Non è suo il maligno lezzo!
Trattengo un bacio
per non contaminarla
mi accascio smidollato.
Lei mi accarezza
non mi chiede se l’amo
mordo il suo silenzio
mi cullo sulla spalla
temo ritorni.

È un acidume di lacrima luttuosa
sporca di fiele
un odore aspro di risentimento
fetido
velenoso
del colore di un’occhiata nemica
pieno
colmo
infinito
corrosivo
ripugnante
di ferita incancrenita
summa degli odori odiosi della terra
elusivo quanto l’oblio.

Non gliene parlo, è terribile.
E’ l’odore della mia morte
che mi è passata accanto
un tocco lieve
tanto per farsi un giorno riconoscere.

Stille del sudore della morte
le sono cadute sulla pelle.


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Spilli di ghiaccio

Su trampoli sghembi
m’aggrappo ad accordi musicali
due passi avanti uno indietro
a tempo di passacaglia
un passo avanti due indietro
e fa mezzo secolo
vissuto sul palmo della mano
stremato da spilli di ghiaccio.

Forse non ero io
Chissà!

Don Quijote a caccia di draghi
ho sbuffato fiamme e fumo dalle froge
mi son arso vivo
e riapparso in un angosciante sogno
ucciso da spilli di ghiaccio
rannicchiato in un angolo
autistico
per non saper che dire
capace solo di dialogar con Dio.

Perché l’amore è un abisso
al di là di esitazioni e dinieghi
degli steccati di dolore.

Alla mia donna dico
di una quotidiana follia
e di sordidi egoismi
mi rassicura con un velato sorriso
altri
proferiscono spilli di ghiaccio
offesi da pensieri scabrosi
devastanti
se hanno provato a estirparli.
Ma disfatta la carne
ritratte le membra
mi seppellirò
nei corpi cavernosi del mio sesso
per avventurarmi
nel buco nero al centro della galassia
oltre l’orizzonte degli eventi
a un batter di ciglia dall’inconscio.

Rinascerò femmina
partorirò bambini invece di scriver versi.


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Infinite porte

Porte di cattedrali, di ministeri
di condomini, di camere da letto
porte per l’al di là
porte dappertutto
di noce, di vetro
solo le tane non ne hanno.
Ci passiamo attraverso, distratti
infelici, annoiati, spossati
inconsapevoli
di andare verso ciò che ci capiterà
nell’attimo che segue.

Esco, entro, vado o vengo
quante porte varco in un giorno!
Varco tra il dentro e il fuori
che si apre e si chiude.
Da piccolo mi ci sono schiacciato le dita
ora non mi capita più
non ci bado
mai che mi chieda
Da dove sto uscendo?
Dove sto entrando?
In un altro luogo
tra altra gente e oggetti nello spazio.
Se appena indugio mi fanno trasalire.

Nei castelli erano ponti levatoi
nelle chiese avevano il cardine gobbo
col catenaccio non se ne fanno più
blindate mozzano il respiro.
Giri la chiave
sagomata da un’intelligenza esperta
nell’eliminare il difetto
il buco per l’appunto
scattano serrature, perni, sicurezze
ci si mette in libertà.

Se tutte le porte fossero aperte
che anarchia!
Se tutte le porta fossero chiuse
che silenzio!
L’armonia è nel metafisico concerto
di porte che si aprono e si chiudono
per una musica a momenti assordante.

Io non ho porte
“Si accomodi, prego”
“Esca e non si faccia più vedere”.
Ma i miei pensieri
vanno per stanze affrescate
di volare non ho paura
di quell’ultima porta sì
dell’ultima stanza
decorata con le incisioni
della mia disperazione.

Serro i battenti, mi siedo
leggo nel vuoto
ho sussulti di commozione
e una gran voglia di piangere.


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Ali meccaniche

Oh notte!
Ali meccaniche
poderose, stridenti
agito in un’orbita eccentrica
m’impenno, m’avvito
uno snodo cigola
una giuntura mi duole
idee arrugginite si flettono.
Almeno cadessi!

Con ali meccaniche fendo
per imprudenti rotte
l’immenso me.
Sarà un pentimento
una monade
o belle cosce
o numeri
catene di numeri per pagine e pagine
sull’ultima la formula della materia
brevettata da un colosso della chimica.
E io che ci sto a fare?

Rispondi
è per ciò che hai le ali.

Quasi quasi scendo
proseguite voi
ne ho abbastanza.

Suvvia, fra pochi giorni è Natale!


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A zonzo

Annichilisce l’attimo
un piccol punto
l’ignoto senza fronzoli
non dissimile dall’ovvio
in cui attecchiscono malintese certezze.

Di mio
il nonsenso di un lucente giorno
diluvio di colori appena reali
coriandoli che prillano
un allegro sfolgorio che sparge buonumore.

E verranno giorni felici
e saran bagordi
per le esequie del reprobo
umano dolore.

Ora, l’ignoto senza fronzoli
necessità e poche illusioni
cui mi concedo con riluttanza.

Da qui ho una visuale che inebria
ma vorrei essere un gatto
un gatto a zonzo
che scompare noncurante
nelle pieghe del presente.


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Feroci vuoti e rovinosi

A tentoni
tra le impalpabili e noiose
ragnatele del vissuto

m’attorniano
importuni fantasmi
angustiate creature

ne sopporto lo strazio
per scampare feroci vuoti
e rovinosi.

Un’ombra
agghiacciante m’abbatte

padre

stammi accanto
ed io con affetto riscaldo
le tue composte nudità
nei labirinti della memoria.


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La seduttrice

Che tenebrosa seduttrice
nei bei veli di malinconia!

Sono così pazzo o lasso
da disfarmi di ciò che mi vive?

Impositivo presente.


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