Versi dedicati

La scheggia

Erano i prosaici albori
di un’estate nemica,
in ozio infingardo
espiavo i miei giorni
fatali e ostinati
vessato da un azzurro
increspato, violento
che stagionava i campi
di grano e i papaveri.
Fiero spaventapasseri
dal cuore di paglia
imprecai petulante
sfidando i sonnacchiosi dèi.

Del trasversale fendente
una scheggia ferì mia madre.
Ne soffre ancora.



Nazzareno

Ne capitano di prodigi
e io non ho mai visto un campione
sfidare la vita come fai tu
che cammini domandola sui fianchi
torcendole la testa come a un toro
dallo sguardo superbo contro il cielo
percuotendole le ginocchia
per addomesticarla
strappandole dalle dita aggrovigliate
miseri segreti
deformandole la parola
su di una bocca che è un supplizio
e, nell’intimità
le scrivi poesie con le dita dei piedi.

Arrivi annunciato dal rombo
del tuo trabiccolo
scendi straziando l’aria
con lo sconfinato sorriso di un clown
scivolato fuori della scena
che si beffa dell’umanità
come a pochi è concesso.
Nei tuoi discorsi strascicati
nessuna parola è abusata
non vi è la vanità del dire
il senso scaturisce
dalla caverna dell’essere
e fa trasecolare
tanta è la dignità dell’anima.
Ti compri un pezzetto di mondo
ché pare non ti interessi averlo tutto
poi riparti, in un’eroica esibizione.
Io sto lì a guardare incredulo
un cammello di razza
che sguscia nella cruna dell’ago.

Un tuo amico m’ha detto:
È precipitato in una scarpata
corre che pare Nuvolari!
A correr sul filo di precari argomenti
accade di perdere l’equilibrio
ma capita che ci sia lì
un angelo o un povero diavolo
pronto a tirarci fuori dalla merda.
Quando con passo sicuro andiamo
per tracotanti certezze
sarà un solecismo, un’idiozia o complice il caso
e una platea irriverente
si sbellica dalle risate.


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A un amico

Morto! Oddio, è orribile!

Aspetti il Cielo
e prenditi un poco del mio tempo
che te lo devo.
Ascolta le voci affrante, i lamenti.
Dici ch’è solo una bambina?
Che ti divora il suo pianto disperato?
Tu non ne hai colpa.
Aspetti il Cielo!
Prenditi un poco del mio tempo
e porgile l’ultima ineffabile carezza.
Aspetti il Cielo!
Dimmi come può accadere.
Già! Ci ammazziamo in modo ignobile
e l’effimera truculenta meretrice
ripaga chi le è devoto
con indulgenti lacrime.
Niente di più.

Braccati, giorno dopo giorno
si sopravvive l’uno all’altro.


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Monstrum

Altri, terrore e meraviglia
c’è chi giura d’averne visti
e l’ora e il luogo
l’effige incavata nelle pupille
visione che suscita l’ascolto.
Allattato dalla Morte, Monstrum
esecra l’incanto dell’immaginazione
quanto il genio della menzogna.
Non strepita dall’orizzonte
né si leva da un rigurgito d’acque
non squarcia il sovrumano cielo
né da voragini infernali prorompe.
Saprofita, accampato
tra le rovine del vero
e i pretesti dell’amore
dal labirinto sbuca
e vi si rintana, inattaccabile
nel ventre dell’indicibile
escogita
raffinati cappi che strangolano
per avere la preda in vegeta agonia
mezza viva mezza morta, indolente.
Raggricciata tra le sue fauci
l’anima esita nei bivi del male
che rende succubi, ma almeno vivi!
Trasuda gelida indifferenza
ti strappa l’ali se accenni un volo
siediti e ti fa sprofondare
alle parole lascia il vuoto guscio
riluttante, si trasfigura
nelle fattezze di chi hai accanto
ti dà scacco in un alone di solitudine.
Ma non avrà in me il suo simulacro!
Se così è stato toglimi la maschera
gettala nel crogiuolo degli affetti
lo vedrai divampare e corrompersi.
Ora brandisci con le nude mani il nulla
e scovalo lì dove ti possiede.
Scorgi nel fondo la languida cancrena
così minuta che nemmeno sai che esiste?
Giù, ancor più giù, la macula esangue
amalgama di virulento pus
che se ne schiferebbe un rospo?
Scendi ancora un po’ e non temere.
Come potrei abbandonarti!
È lì che geme, cuore di mostro
ravvolto in ciò che al desiderio neghi
palpita col ritmo delle tue ansie.
Sei tu che lo schivi
o lui che si nasconde in una piega
per farti più spavento?
Solleva i lembi dei timori puerili
se non c’è, è scappato.
Non è uno gioco, passerotto mio.
Girati che ti sta dietro!
Svelta, prendilo, per dio!
Se non lo trovi a destra
colpiscilo a sinistra
liberatene prima che puoi.
Tornerà, sì, tornerà e
nessuno può aiutarti, neanch’io.
Se fosse un demone
saprei come levartelo di torno
pregherei persino
quel Dio che t’ho negato.
E tu, contro l’infelice
sciagurato Monstrum
non lacerarti le unghie
ché è solo una fuggevole apparizione
una vertigine della mente.


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La commercialista

Per capire che lavoro è il tuo
mi sono calato con una biro
e adunche intuizioni
fin oltre vene di zolfo e d’oro
sotto i giacimenti di petrolio
di cui son avidi i tuoi mercanti.

Mi ha stordito il fracasso
di stantuffi e catene
che fanno circolare la ricchezza.

In una bisca clandestina
un banchiere gentiluomo e un industrioso industriale
si giocavano il prezzo
delle mie scarpe
tu eri lì.

È il tuo lavoro
assistere alla partita
un’occupazione decorosa
se da secoli
non ti trattassero
come chi non ha nulla da perdere
come me
che non ho di che pagarti la parcella
e il mio capitale è un’ossessione
sesquipedale
giostra, otto volante
in un luna park di parole.

Compiacente
più che femina
ti volevo mia
e medicare con pagine di versi
il tenebroso male
tu
hai pesato il mio amore con bilance starate
hai calcolato ratios
eppure dovresti saperlo che
i bilanci veritieri
non si fanno coi numeri arabi.

Il mio è da bancarotta
ma non cedo di un’unghia
mi aggrappo alla giostra
in un luna park di parole
mi diverto e
a conti fatti rido da matti.

Il dare preme, l’avere geme
gravato da impagabili debiti
carta straccia sono i crediti
spilorcio evito costi esosi
non mi curo dei profitti scarsi
sperpero in sussulti generosi
discreti affetti, esigui spassi
al fisco per legge pago testoni
e mai che una colpa mi condoni,
a conti fatti rido da matti.

Puerile, beffardo
dall’otto volante l’urlo va.
Marameo, sporco mondo!

Allevo vispi rospi nelle tasche
dico che due più due fa cinque
ammetto che non conosco le lingue
scorgo un gatto nero tra le frasche
Alice calva ha il grembo pingue
dal cappellaio non si distingue
facciam due salti ombre fuggiasche.

Non t’illudere, commercialista!
Faccio il matto
per oppormi
alla devastazione di pensieri grumosi
cagliati nelle bische clandestine
dove si decidono le sorti dell’umanità.
Conosci la parola d’ordine:
l’uomo è il mezzo, non il fine.


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La ragazza di Marco

Fiorellino mio
prendimi, sono tua.

Rugiada di un incantevole mattino
il cuore che sboccia con colori di sogno
papaveri, campanule
e cardi
d’un violetto perso nel celeste
e grano e girasoli
il cielo e il tempo
attimi eterni
dove il caso getta l’ombra
di un dolore incurabile.

Io, vergine che vive d’immaginazione
strazio, gioia dell’amore
tu, mi custodisci
e difendi con mute sillabe di sale
occhi che m’incendiano
onde di desiderio
fiorellino mio
a me caro e a Dio.

E piango e piango e piango
anni di silenzi, di disperazione
di malattia.

Nessuno sa di me
indocile amante di poeti e di esseri infelici
sarņ per sempre tua
fiorellino mio.


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Ho detto all’Angelo

Così disinvolta davanti allo specchio
non l’avevo mai vista.
Non è più piccina fanciulla!
Ne sarà stato turbato pur il suo angelo
custode di creature innocenti.

Me ne han detto un gran bene:
concepito dai buoni istinti della specie
per proteggere i piccoli
ci prende marmocchi
ci difende dal padre e dalla madre
paziente insegna a nuotare nell’oceano parola
protegge da sferiche verità
finché, infastidito dagli inganni
si congeda amareggiato.

Per rincuorarmi
con elegiaco soffio
mi ha trasfuso antiche ambasce:
«Non te ne addolorare.
In evi lontani ho sofferto di più.
Andavano spose
s’accomiatavano piangendo
in tutto precoci.»

Trattenendolo per la diafana veste
all’Angelo ho detto:
«Quel marito
che le ingravidava e percuoteva
è lui l’architetto
di questo malinconico universo.
Diversi i costumi
gli stessi i moventi e le intenzioni
nessuna pietà.
Un essere anonimo
che ha escogitato leggi
per negare il buonsenso
e l’anonimo bastardo
la inseminerà per replicarsi.
Non la vedi?
è ancora una bambina
e la lusinga con dolci avvelenati.

Sapiente testimone dell’invisibile
stalle accanto
finché non saprà far da sé
e che non diventi anima cinica.
Se io non la lasciassi andare
mi detesterebbe
con te a momenti ancora si confida.
Ti scongiuro
non abbandonarla!»


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Lettera in versi

La fortuna prendila per la coda!
Sdegnata getterà la benda
non ne avrai i favori
non ti sarà nemmeno avversa
e quando il caso te la renderà propizia
conosci l’imperativo
cogli l’attimo.
Di doni la sorte ne fa, a sorpresa
magari con un’imperfezione
o pongono un limite
non di rado ravvolti nella sofferenza
se non addotti da schegge del male.
Così è, nostro malgrado
e io non ho che parole
benché tu mi sia caro
più dell’infinito respiro della poesia
e in questa sei finito
a mio sollievo
per dire il mai detto.
Di affetto ce n’è
quanto la mia scontrosa natura può darne.

Mi parrebbe di sapere tutto di te
anche le intime pene
no, non temere
ciò che so appartiene al mio vissuto.

Di sana fibra
hai tenuto testa al primo colpo
di una possibile infausta sventura.
Buon segno!
Piccino abbagliato dal mondo
hai rincorso eccitanti fantasie
ti arrampicavi esuberante
all’effimera concretezza delle cose
e al motorino.
Rammenti il nonno?
Ti amava tanto che mi chiedevo
così avrà amato anche me?
Vive in noi, di noi.
Poi gli studi
mai lieti
e le verosimili avventure
in cui cerchiamo affannosamente noi stessi
per raccontarci a nostra immagine.
Presto gioirai dell’amore che poco
vuole per sé.

Sii geloso della tua dignità
e ricorda
coraggio è l’atto che rende il bruco farfalla.
Comunque la fortuna prendila per la coda.


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